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Denominazioni

Quattordici denominazioni italiane raccontate una per una, dal Piemonte alla Sicilia: dove nascono, con quali uve, e che cosa cambia nel bicchiere. Più sotto, che cosa significano davvero le sigle DOC, DOCG e IGT.

Piemonte

Fuori dalle Langhe il Nebbiolo cambia nome e carattere; accanto a lui un bianco e un rosso fra i più rari della regione.

Alto Adige

Le temperature più rigide della regione: dall’escursione termica i bianchi prendono aroma e longevità.

Friuli Venezia Giulia

Due denominazioni confinanti e opposte: la collina dà bianchi corposi, la pianura verso il mare bianchi più leggeri.

Toscana

Tre volti del Sangiovese: la Maremma selvaggia, la versione giovane di Montalcino e una doc nata nel 1998 fra le due.

Abruzzo

Un rosé da sole uve Montepulciano, poche ore di macerazione e un nome che viene dal colore ciliegia.

Campania

Alle pendici del Vesuvio, un vino che il disciplinare ammette bianco, rosso e rosato.

Basilicata

L’Aglianico sui terreni vulcanici del Monte Vulture: struttura e longevità da grande rosso da invecchiamento.

Sicilia

Due denominazioni che si somigliano poco: l’eleganza minerale del vulcano e il carattere mediterraneo del Ragusano.

Che cosa significa “denominazione”

Su un’etichetta italiana la denominazione è la riga che dice dove nasce il vino e a quali regole risponde. Non è un premio né un giudizio di qualità: è un perimetro. Capire che cosa delimita è il modo più rapido per farsi un’idea di una bottiglia che non si è mai assaggiata.

Che cosa garantisce una denominazione

Dietro ogni denominazione c’è un disciplinare di produzione: un documento che fissa la zona entro cui le uve devono essere coltivate, i vitigni ammessi e in quali proporzioni, la resa massima per ettaro, la gradazione minima, l’eventuale invecchiamento obbligatorio e il profilo che il vino deve avere nel bicchiere. È scritto dai produttori riuniti in consorzio, approvato dal ministero e verificato da organismi di controllo. Quando una denominazione è piccola — il Gattinara si fa in un comune solo, il Ruchè in una manciata di ettari — il disciplinare descrive un posto preciso, e il vino somiglia a quel posto.

DOC, DOCG, IGT — e le sigle europee DOP e IGP

Le tre sigle italiane sono in ordine di quanto sono stringenti le regole, non di bontà. IGT, Indicazione Geografica Tipica, copre zone ampie e lascia libertà su uve e rese. DOC, Denominazione di Origine Controllata, restringe l’area e irrigidisce il disciplinare. DOCG aggiunge alla DOC la parola “Garantita” e i controlli che vedremo qui sotto.

Dal 2010 questo impianto convive con quello europeo, che di categorie ne ha due: DOP, Denominazione di Origine Protetta, e IGP, Indicazione Geografica Protetta. La corrispondenza è semplice, e vale la pena tenerla a mente perché sulle etichette si trovano entrambe le famiglie di sigle: DOC e DOCG sono tutte DOP, IGT è IGP. Le sigle italiane sono rimaste utilizzabili come menzioni tradizionali, così una bottiglia può riportare “DOCG”, “DOP”, o entrambe. Fra DOCG, DOC e IGT l’Italia ne conta oltre cinquecento: è il paese con il maggior numero di denominazioni al mondo.

DOCG non vuol dire migliore

È l’equivoco più comune. Per passare a DOCG una denominazione deve essere DOC da almeno dieci anni e avere una reputazione consolidata; i suoi vini vengono sottoposti ad analisi chimico-fisica e a un esame organolettico da parte di una commissione, e le bottiglie portano il contrassegno di Stato numerato, la fascetta sul collo. Sono garanzie di conformità e di tracciabilità, non un voto sul vino: dicono che quella bottiglia è davvero ciò che dichiara di essere. Fuori dalla DOCG restano etichette straordinarie — molti Supertuscan sono nati come vini da tavola e stanno ancora oggi in IGT, per scelta dei produttori, che hanno preferito la libertà sulle uve alla sigla più alta.

Perché cambia quello che c’è nel bicchiere

Perché delimitare una zona significa delimitare un clima e un suolo. Lo stesso Sangiovese dà un vino diverso a Montalcino e nella Maremma; il Nebbiolo del vercellese non è quello delle Langhe; sull’Etna i terreni vulcanici e l’altitudine producono rossi più vicini a quelli altoatesini che al resto della Sicilia. Le quattordici denominazioni qui sopra sono, una per una, un esempio di questo: si leggono anche solo per capire quanto un confine su una mappa possa cambiare un vino. Da lì, il passo successivo sono i vitigni, le cantine che li lavorano e gli abbinamenti a tavola.